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Estrarre criptovalute sta consumando più energia di quella di alcune nazioni

Estrarre criptovalute sta consumando più energia di quella di alcune nazioni. Nuovi dati sull’assorbimento energivoro delle crypto.

Estrarre criptovalute sta consumando più energia di quella di alcune nazioni - mining0

Secondo un nuovo studio internazionale, per estrarre criptovaluta del valore di un dollaro, c’è bisogno di tre volte più energia rispetto all’estrazione di oro dello stesso valore di un dollaro. La colpa? Dell’esosità della gestione e del consumo di server farm gestite da un numero sconosciuto di macchine cripto ‘miner’ che lavorano 24 ore su 24 per produrre più calcoli sulla blockchain.

Ne deriva che l’impatto ambientale di queste enormi esigenze di lavorazione criptovalutaria deve ancora essere opportunamente considerato, tanto che l’estrazione globale di bitcoin ha superato il consumo energetico di intere nazioni. “Ora abbiamo un’industria completamente nuova che consuma più energia all’anno di molti Paesi”, ha detto Max Krause, un ricercatore dell’Oak Ridge Institute for Science and Education e autore di un nuovo studio sulla rivista Nature Sustainability. Qualche esempio?

Secondo lo studio, nel 2015 la Danimarca ha consumato 31,4 miliardi di chilowattora di elettricità; ma al 1° luglio 2018, l’estrazione di bitcoin in tutto il mondo aveva già consumato circa 30,1 miliardi di chilowattora in soli sei mesi. Una stima del 2017 sul consumo energetico delle operazioni di estrazione dei bitcoin in tutto il mondo la colloca all’incirca alla pari del consumo della Repubblica d’Irlanda.

“Volevamo diffondere la consapevolezza dei potenziali costi ambientali dell’estrazione delle criptovalute” ha aggiunto Krause. “Solo perché si sta creando un prodotto digitale, questo non significa che non consuma una grande quantità di energia per realizzarlo” – ha proseguito.

L’estrazione di criptovaluta può essere effettuata da singoli dispositivi, ma più spesso viene effettuata in aziende che comprendono centinaia o migliaia di macchine, che effettuano calcoli immensi alla ricerca di tesori digitali. Si tratta di un sistema first-past-the-post, con i “minatori” che vengono ricompensati in maniera potenzialmente profumata, anche se diventa sempre più difficile cercare la marginalità in un simile contesto.

Krause e il suo collega Thabet Tolaymat, un ingegnere ambientale con sede a Cincinnati, Ohio, hanno poi calcolato il costo energetico di base (misurato in megajoule o MJ) per produrre il valore di un dollaro delle quattro principali valute crittografiche – bitcoin (17MJ), ethereum (7MJ), litecoin (7MJ) e monero (24MJ) – in un periodo di 30 mesi fino al giugno 2018. Si tratta di numeri superiori all’energia necessaria per ottenere l’equivalente in dollari di oro (5MJ), platino (7MJ) o rame (4MJ), mentre solo l’alluminio (122MJ) è a più alta intensità energetica.

“Il confronto è stato fatto per quantificare e contestualizzare la domanda decentrata di energia che l’estrazione di queste criptovalute richiede”, scrivono gli autori, “e per incoraggiare il dibattito sulla sostenibilità e l’adeguatezza di questa domanda energetica, dato il prodotto che risulta da un consumo energetico relativamente simile (se normalizzato dal prezzo di mercato)”.

Inoltre, i ricercatori hanno tenuto conto delle variazioni dell’impronta ambientale a seconda del luogo di estrazione delle valute; la stragrande maggioranza dell’estrazione di bitcoin, ad esempio, avviene in Cina.

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