Il boom dei chip a 7 nanometri potrebbe avere ripercussioni sul mining?

Il boom dei chip a 7 nanometri potrebbe avere ripercussioni sul mining?

Il boom dei chip a 7 nanometri potrebbe avere ripercussioni sul mining? - miners

Il mining continua ad essere oggetto di notevole attenzione negli ultimi mesi. Se da una parte si guarda alle sue ripercussioni di carattere ecologico, alla luce delle risorse consumate e della crociata contro il riscaldamento globale inaugurata da Greta Thunberg, dall’altra sono in molti a mostrare interesse per questa attività.
Gli sguardi si appuntano soprattutto sul previsto dimezzamento delle ricompense spettanti ai minatori di BTC, ovvero sull’halving previsto per la metà del 2020, ma intanto c’è un altro evento già accaduto che potrebbe provocare effetti di larga portata sull’attività di estrazione dei blocchi.

I chip a 7 nanometri potrebbero innescare enormi ripercussioni

Il riferimento è all’arrivo dei nuovi chip a 7 nanometri, i quali hanno sostituito quelli precedenti a 14 e 16. La loro maggiore densità, infatti, si traduce in una maggiore efficienza, andando a migliorare in maniera notevole le performance per watt dei vari prodotti. Una transizione la quale ha coinvolto anche il settore del mining di criptovalute, dove il colosso Bitmain ha deciso di giocare d’anticipo, rendendo disponibili sul mercato i primi ASIC con chip realizzati a 7 nanometri per il mining di Bitcoin già alla fine dell’anno passato.
Perché è considerata così importante per l’attività di estrazione dei token, questa evoluzione? Il motivo è da ravvisare nel fatto che l’avanzata dei nodi produttivi da sempre è sinonimo di un aumento della densità dei transistor per unità di area, mantenendo o abbassando (in base alla frequenza) il consumo energetico rispetto a quelli precedenti.
Il passaggio avvenuto di recente ha comportato notevoli problemi, se si pensa che Samsung ha potuto avviare la produzione in massa a 7 nanometri solo a 2019 inoltrato, accumulando in tal modo un semestre di ritardo rispetto alla concorrenza, mentre Intel ha impiegato addirittura due anni in più del previsto per sviluppare il proprio nodo a 10 nanometri. E’ andata però ancora peggio a Global Foundries, la quale ha addirittura cancellato i propri piani di sviluppo e produzione di chip a 7 nanometri alla luce delle difficoltà incontrate.

TSMC e mining: il binomio è sempre più stretto

In conseguenza di quanto accaduto, l’azienda taiwanese TSMC è ora praticamente senza concorrenza su questa fascia di mercato. Al contempo, però, non riesce a soddisfare la domanda di device per il mining, che sarebbe addirittura tripla rispetto alla capacità produttiva. Infatti il lead time, ovvero il tempo intercorrente tra il momento della richiesta e l’effettuazione dell’ordine è passato da due a sei mesi. I produttori prevedono la consegna dei nuovi prodotti entro la fine dell’anno, che lascerebbe una finestra temporale di circa 4/5 mesi ai miner per accumulare più BTC possibile in vista dell’halving, in modo da massimizzare il ROI.
Più complicato capire cosa potrebbe accadere in seguito, anche se secondo gli esperti sarà il prezzo di BTC post halving a determinare gli eventi. Ove il prezzo rimanga sufficientemente alto, la corsa al mining di Bitcoin potrebbe continuare, nel caso contrario potrebbe ripetersi quanto accaduto per Litecoin, con una discesa dell’hashrate tale da spingere parte dei miner alla migrazione verso monete più convenienti in attesa di una ripresa della quotazione di BTC.

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